It’s gonna rain

Una composizione del 1965 di Steve Reich: è da qui che l’artista elabora e sviluppa la tecnica del phase shifting, ovvero sfalsamento dei piani ritmici.

Da un’intervista del 2005 di Vincenzo Martorella al compositore:
… Nel 1965, ero a San Francisco e stavo lavorando con due vecchi registratori a bobina per realizzare uno dei miei primi lavori. Avevo creato due loop identici con la voce del predicatore afroamericano che dice “It’s gonna rain”, e li avevo montati ciascuno su un registratore. Indossai le cuffie e quando feci partire le macchine mi accorsi, con grande stupore, che i due loop erano perfettamente allineati all’unisono. E, proprio mentre iniziavo a pensare a come sfruttare questa strana interrelazione, i due loop cominciarono a scorrere non perfettamente all’unisono; il risultato fu che percepii il suono viaggiare da un lato all’altro del mio corpo. Poi, percepii una sorta di riverbero, poi l’eco, e poi, infine, quella paradossale ripetizione della frase. Il viaggio che mi ha portato dall’unisono alla irrazionale relazione tra i loop, più dell’effetto ultimo ottenuto, è stata la molla che mi ha portato a studiare il phase shifting. Quindi, è vero che tutto è avvenuto per caso, ma mi sono accorto che avevo ottenuto, casualmente, un risultato assai interessante. …

Una delle particolarità di questo brano è l’interessante risultato psico-acustico prodotto nell’ascoltatore, e cioè quello di udire frammenti di frasi, parole e suoni che non risultano nella frase originaria.

Teoricamente il motivo è molto semplice, avviene una destrutturalizzazione della frase a tal punto che l’aspetto ritmico-timbrico ostinato viene a prevalere sulla nostra codifica del significato e contenuto concettuale della frase, ed è innegabile che tutto ciò possa portare a situazioni di trance uditiva ed esperienze allucinatorie.

A volte mi capita di soffermarmi per un istante su una parola appena pronunciata e cercare di esulare dal suo significato e concentrarmi esclusivamente sul timbro e sul suo suono. Ripeto la parola in questione varie volte, a diverse velocità, modificandone anche l’intonazione e scandendola in sillabe, o lettera per lettera. Dopo qualche minuto ho la percezione di pronunciare qualcosa di senza senso, e mi sento quasi ridicolo, come se fossi un pazzo che farfuglia qualcosa di incomprensibile.

(In un prossimo post vedremo l’interessante pensiero del compositore americano Robert Ashley, e di come utilizza la voce parlata nelle sue composizioni.)

Ma non è la stessa cosa che pronunciare un insieme di lettere senza significato come ytrewq, sarei già ad un punto morto e inutile, e se pronunciassi il suo inverso qwerty avrei già un richiamo mentale alla tastiera del pc. Quindi la sottile differenza sta nell’esulare dal significato di una parola già conosciuta, non nel pronunciarne una senza senso, ed è qui che facilmente si possono produrre alterazioni di stati di coscienza.

Ora se volete ascoltate pure It’s gonna rain di Steve Reich.

4 thoughts on “It’s gonna rain”

  1. Quello di ripetersi una parola capitava pure a me… fenomeno straniante.

    Come è straniante questo pezzo.

    …questo brano eseguito in un aula piena di soggetti psicotici potrebbe scatenare più di una crisi🙂

    Domanda stupida.

    Chi è in grado di stabilire quando la sperimentazione possiedono un’estetica, un valore che non sia solo concettuale… ?

    Ho sempre avuto qualche difficoltà a scindere la musica concreta, contemporanea, sperimentale da un valore di divertimento, ricerca… cioè da quello che è un piacere “intellettuale” ma molto meno fisico…

    (però ho stretto i denti, e il brano di Reich verso il fondo inizia ad assumere una ridondanza decisamente ipnotica e meno martellante che la parte iniziale… mi pare si ritorni al principio della trance mediata dal suono dei monaci nelle grotte, dell’om, del digeredoo…)

    Esiste un libro facile e economico per capire un pochino di più un po’ il discorso del trance, della musica contemporanea… insomma che chiarisca un po’ le idee che ammetto avere molto confuse?

  2. Se guardi bene il web pullula di siti che si spacciano per promotori di musica elettroacustica, elettronica e new age, ma poi scopri che si tratta di techno e affini.

    Secondo me l’aspetto ludico lo puoi trovare più nello “sperimentare” che nella sua fruizione uditiva. Io mi sento più appagato nell’eseguire personalmente il canto armonico piuttosto che ascoltarlo.

    Facile ed economico? Ci penso e ti so dire.

  3. a me peraltro dispiace molto quando vedo accumunare la musica elettroacustica a cose realizzate in maniera del tutto inconsapevole: poi certo non è che la “consapevolezza” metta al riparo dal realizzare cose brutte, ma a mio avviso una estetica che sia tale deve darsi degli obiettivi, se così si può dire, avere un suo linguaiggio proprio, per quanto astruso o “sperimentale” esso possa essere. In questo senso gli esperimenti di Reich sono a mio avviso coinvolgenti anche a livello emotivo.
    Un aspetto che trovo interessantissimo per quanto mi riguarda è la possibilità nella musica elettronica o elettroacustica di rientrare in contatto diretto con aspetti essenziali del suono (non voglio buttarla sugli “archetipi”, ma penso che siamo capiti🙂, e quindi di riavvicinarsi paradossalmente anche ad elementi che oggi definiremmo etnici.
    Credo che passerò a leggere i post vecchi, questo blog mi piace molto come impostazione, sono davvero contento di averlo scoperto… (peraltro è da tempo che vorrei avvicinarmi al canto armonico ed alle sue relazioni possibili con le altre forme citate).

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