Appunti di metamusicologia – 1

3000 anni di canto armonico e il mondo va sempre peggio

di Roberto Laneri

Questo titolo non è stato dato dopo l’11 settembre, il che sarebbe stato una forma di sciacallaggio giornalistico che mi è abbastanza estranea. Ricordo di aver parlato con Walter Prati, che aveva bisogno di un titolo per la mia presentazione, il 10 settembre, e non intendevo certo essere profetico. Al di là delle coincidenze e del riallacciarmi a Hillmann, con questi 3000 anni volevo indicare una cosa precisa, e cioè che il canto armonico è probabilmente la forma più antica di musica “alta” dell’umanità. Quali testimonianze abbiamo? Nel mondo occidentale soprattutto Platone: il mito di Er, che nella Repubblica, viene messo in bocca a Solone, personaggio precedente allo stesso Platone, che nella sua invenzione colloca tutto in un tempo ancora più antico, quasi mitico. Poi abbiamo testimonianze scritte orientali:

ad esempio il Vijñana Bhairava Tantra, un piccolo trattato tantrico che contiene i 112 sutra cantati da Shiva alla sua controparte femminile Devi in un “linguaggio amoroso di cui dobbiamo ancora imparare i rudimenti” (Paul Reps). I 112 sutra indicano ciascuno un’esperienza precisa, una tecnica di coscienza, secondo uno schema che copre tutte le modalità sensoriali e le tipologie umane, per cui vi sono sutra rivolti a coloro che prediligono modalità visive, auditive o cinestetiche. Poi vi sono descrizioni in altri testi orientali che a noi potrebbero sembrare metaforiche o simboliche: “il suono dell’ape”, “il suono del flauto”. In realtà esse sono precise tanto quanto le nostre descrizioni: noi parliamo di hertz e di altre misure di tipo quantitativo, gli antichi indiani parlavano in altri modi. Il punto che ritengo interessante è che per molto tempo queste descrizioni sono rimaste relegate al regno della metafora. Ora per un complesso di ragioni si sta facendo finalmente strada l’idea che non si tratti affatto né di simboli, né di metafore, bensì di descrizioni precise in contesti che si servivano di parole e segni dei quali per troppo tempo si sono colti soltanto gli aspetti (apparentemente) poetici e immaginosi, senza accorgersi di altri codici interpretativi assai più rigorosi.

Vorrei innanzitutto dare una definizione di canto armonico come un corpus di tecniche vocali finalizzate alla produzione, percezione e controllo dei suoni armonici. I musicisti sanno o dovrebbero sapere che i suoni armonici esistono dappertutto, tanto che ad essi non si può sfuggire. L’unico luogo dove non si percepiscono è la camera anecoica, la camera silente dei laboratori di psicologia e di acustica, costruita in modo da attutire il più possibile le riverberazioni del suono. E tuttavia, ricordando l’esperienza che John Cage ci racconta in Indeterminacy, e che ognuno di noi può ripetere, anche nella camera silente la coscienza percepisce comunque 2 suoni, il rombo a bassa frequenza del sistema circolatorio ed il ronzío acutissimo del sistema nervoso. In realtà siamo immersi in un bagno costante di suoni armonici, dei quali però di norma non siamo coscienti. Quindi c’è una serie di tecniche molto antiche che consentono la produzione, percezione e controllo di questi suoni. E’ bene ricordare che queste tre cose non procedono in modo lineare. Tipicamente in una situazione di workshop le persone imparano a produrre più di quanto all’inizio possano sentire. La difficoltà, ben nota, di sentire i propri armonici rispetto a quelli altrui (“tutti gli altri li fanno, ma io non ci riesco…”), rientra pertanto nella normalità fisiologica.
A questo punto anticipo la domanda rituale che è nell’aria, e che riguarda gli effetti di questa pratica. In altre parole, che cosa fa il canto armonico a chi lo pratica e in minor misura a chi lo ascolta?

…..

% continua

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